Le feste di paese sono una meravigliosa occasione per studiare la stupefacente molteplicità di esseri, grotteschi nonché spesso molesti, del paese.
Per esempio:
l’Oca Vulgaris che, alla sagra della salamella, arriva su campo sterrato in minigonna rasopelo, o forse quella è la cintura e la poveretta è distratta ed ha scordato la gonna a casa.
Inutile dirlo, invece della scarpetta sportiva o della ciabatta infradito di cui tutti siamo accessoriati, lei indossa uno stiletto dal tacco a spillo di 20 centimetri, le ci vorrebbe il porto d’armi, con un calcio ben mirato potrebbe trasformare gli attributi del primo maschietto che passa in uno spiedino. Da metterci in mezzo due peperoni e da grigliare, il tutto assieme alla salamella. Basta che poi non offra in giro, grazie, m’è passata la fame.
Siccome fa caldo e il sudore in mezzo alle tette proprio non lo sopporta, la povera, esibisce una scollatura vertiginosa, il che potrebbe tranquillamente far nascere questo surreale dialogo fra l’ochetta e voi:
Ochetta: - Ma è troppo scollata, questa magliettaaa?
Vera: - Ma no, ti si vedono solo i peli del petto.
Ochetta: Ma io non hooooo i peli sul pettooooo!!!
Vera: - Allora è troppo scollata.
Ciliegina sulla torta, trucco da battona che le
Bratz in confronto sono acqua e sapone, e capelli così tirati da fungere da lifting naturale.
Sembra avere gli occhi a mandorla, invece ce li ha da pesce lesso. Come sempre.
Il Mandrillo Siluratum, che arriva preceduto dal rombo del suo cinquantino smarmittato e appositamente truccato, surrogato al richiamo d’amore del maschio del luogo, seguito poi da una tempesta di sabbia e gas di scarico e improperi in varie lingue e dialetti.
Scende dal trabiccolo piazzandolo sul cavalletto con la delicatezza dell’orafo che ripone un gioiello prezioso in un lussuoso astuccio di velluto, e dopo una virile strizzatina ai maroni, con la postura dell’orango si avvia in mezzo alla folla guardandosi attorno tentando di emulare lo sguardo del conquistador latino, riuscendo solo a fare quello del tamarrum campagnolus.
Adocchia la tipa che gli piace, e che ovviamente piace a tutti i fighetti del paese (n.d.r: questa figura coincide spesso con l’Oca Vulgaris) e le assesta una pacca sul sedere così forte che, all’urletto ultrasonico della poverina, tutti cani nel giro di 10 km iniziano a guaire.
Il Mandrillo, non appena riceve un sonoro schiaffone della tipa, emette il classico verso animalesco di dissenso: “Ohmicacellaisolotè, micacellaisolotè, micacellaisolotèoh.” E si allontana sconfitto ringhiando mentre gli altri maschi del branco lo deridono battendosi il petto ed emettendo il richiamo d’amore per conquistare la femmina, adesso libera: “Obbellafì, iocelloppiuggrò, iocellopiullù, iocellopiuppì, malousobbè.”
O in altenativa :”Obbellafrè, dammelammechessoppiufì”.
Solitamente l’ultimo è il maschio dominante, quello con cui la femmina uscirà, si farà coprire di regali per poi concedersi e restare il giorno dopo ad aspettare una telefonata che non arriverà mai, mentre lui sarà a vantarsi con gli amici al bar, tirando fuori una storia da far invidia a Siffredi quando invece hanno limonato tutta la sera e nemmeno una palpatina.
Gli altri invece, se ne andranno dicendo: “Alla fine non era così bella, e poi è ancora acerba.”
Il Dispensatorus Cibariam: colui che, al di là del bancone dei panini, sudato come un cavallo frisone, nervoso come un crotalo del Qatar, e socievole come un caimano egiziano, corre fra nuvole di fritto e chiazze di ketchup, confondendo le ordinazioni e urlando di tanto in tanto: “Fì, e adesso chemminchiacifò con questo paninoqquì?” quando ti permetti di fargli notare che avevi pagato solo un chupachup. Paventa una ipotetica allergia al lattice e quindi non indossa i guanti, ha immancabilmente le unghie a lutto, le bibite te le serve in un ditale da cucito, con quelle in lattina, poi, tira la linguetta e te le lancia come fossero granate.
“Granita! Ho detto GRA-NI-TA!” ma non c’è niente da fare.
E il tuo panino sarà sempre quello raffermo, con la salamella bruciata, la cipolla mezza cruda, e una colata di maionese che fluisce dal polso verso il gomito al primo morso. Per fermare la sua folle corsa sulla camicia nuova stirata di fresco che avevi messo proprio quella sera che la tipa, forse, te la da.
Il Presentatoreietto, quello che nessuno caga tranne che durante l’estrazione vincente del biglietto vincente della lotteria della parrocchia, con il quale ci si aggiudica un meraviglioso ed indispensabile spremi-melograno, che però devi prima sgranare chicco per chicco perché la macchina li spreme ad uno ad uno. Come non averlo?
Il Presentatoreietto passerà l’intera serata ad invocare applausi, poi ad elemosinarli ed infine correrà a pregare uno per uno tutti i presenti di applaudire, almeno una volta, per poter dire, un giorno, che la sua carriera ha avuto un senso.
Presenterà il saggio di danza dei bambini, storpiandone immancabilmente il cognome, mentre i genitori gliene indicano con garbo la fonetica, urlandogliela da sotto il palco, e accompagnando il suggerimento con lancio di oggetti più o meno contundenti. Non potrà cenare, perché in quanto tutti credono che sia un essere mitologico, nessuno crederà che ha bisogno di nutrirsi. Non parteciperà mai ad un ballo di gruppo perché, al massimo, gli farebbero fare la parte della ramazza nel ballo della scopa. Non si sa chi l’ha invitato, quindi nessuno lo pagherà.
Anche contuso ed emaciato, spesso sanguinolento, il Presentatoreietto sorride nonostante la finestra apertasi poco prima fra gli incisivi al lancio di una lattina di cola (piena) da parte del padre di Menanlevo Domenica, partecipante al saggio di danza e apostrofata involontariamente con un “Melalavo Domenica” dal tapino.
Ci sarebbero anche il vocalist, l’organizzatore, la coppia tipo, il branco di ragazzini della neo-generazione. Ma questi, magari, li tratteremo nella prossima puntata di “Quork: l’anello mancante”.