Vera*Mente

Vera è Vera o Vera è falsa?
venerdì, 25 settembre 2009

Tutti i funghi sono commestibili. Alcuni, una volta sola.

Ci sono quelle volte che mi sveglio la mattina e mi sento come Gulliver atterrato e legato al suolo dai Lillipuziani, come la Bella addormentata prima del bacio del principe, come Doroty dentro la casa che vortica dentro al ciclone, come Hansel e Gretel prigionieri della strega.
Ovvero incapace di alzarmi, in coma, stordita e senza scampo.
Magari fossi la Principessa sul pisello (sono poche le volte che dormo in compagnia dell'Ingegnere), o Aladino con la lambàda magica, almeno si balla e ci si diverte.
Mi basterebbero un gatto e una volpe che mi dicano cosa fare, ché di grilli (parlanti) per la testa ne ho anche troppi! Quindi poche ciance e ditemi se per Collodi il Paese dei Balocchi non fosse l’Italia per chi evade le tasse.
Bella non sono ma la Bestia per casa (che non è un castello) ce l’ho eccome: mia madre quando si incazza altro che specchi rotti, poi ci credo che il mobilio si mette a parlare: è per chiedere pietà.
Non mangio i funghi per paura di trovarci dentro i Puffi.
E perché se poi mangiandoli prendo quello sbagliato e divento minuscola come Alice nel Paese delle Meraviglie?
Chi ha castrato Roger Rabbit? Io non c’entro.
Il Bianconiglio invece l’ho fatto fuori io, in umido con le patate.
Il Brucaliffo l’hanno arrestato per spaccio.
Il leone è allo zoo, non ha niente di regale e un cazzo da cantare, chiuso nella sua gabbia senza onore. Altro che cerchio della vita, un cerchio alla testa, ecco cos’ho.
Per me Biancaneve è quella che sniffano al sabato sera quelli che si vanno a schiantare con l’auto dopo la discoteca, per quanto mi riguarda nemmeno i nani di gesso vogliono stare nel mio giardino. Perché?
Puzza puzza puzza che puzza. La fossa biologica? Macchè. Le puzzette del mio cane.
Terribile. Il gas nervino a confronto è come la polverina magica di Pollon, quella che “sembra talco ma non è, serve a darti l’allegria! Se la mangi o la respiri ti da subito l’allegria!”
Pollon aveva capito tutto della vita.
Secondo me Kate Moss, da piccola, guardava Pollon.
Adesso mi spiego tante cose.
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giovedì, 17 settembre 2009

Pitagora morì di calcoli?

Guarnizione della testata dell’auto: 350 € con Mastercard.
Valvola termostatica: 20 € con Mastercard.
Pagare lo specialista per il tuo cane che soffre lo stress: 150 € con Mastercard.
Navigatore satellitare per raggiungere il tuo nuovo posto di lavoro: 80 € con Mastercard.
Scoprire che, siccome devi urgentemente portare il cane dal veterinario prima che inizi il corso di formazione per il tuo nuovo lavoro, mentre stavi andando con l’auto da riparare da un’altro meccanico - perché il primo era uno stronzo - si è bruciato anche l’alternatore, NON HA PREZZO.
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mercoledì, 13 maggio 2009

Un punto è un asterisco col gel?

A volte pare che io e mia madre parliamo due lingue diverse.
Sembrerebbe il solito luogo comune, ma davvero, se qualcuno ascoltasse i nostri dialoghi penserebbe che io parli con una donna giapponese.
 
- Mamma! Attenta, c’è corrente, sbatte la porta... l’hai lasciata aperta.
- Takiùru, takiùru!*
- Ma non era vietato piantare gli alberi in giardino? Il vicino ha appena fatto portare un ulivo.
- Mankikàni!*
- Sei felice?
- Nontokku kitakki ‘nterra!
- Ammazza che pioggia, la butta che Dio la manda!
- Pari nu’mari motu!*
- Sei troppo stanca, riposati!
- Mi veni mimòru!*
- Non sei andata in cantina da sola? Troppo buio?
- No, mikakài.
- Che stai facendo?
- Mindivaju.*
- Dove?
- Aundajagghìri?* Mifazzaspìsa!*
 
Chi glielo spiega, adesso, che ogni volta che la terra tremava, giù, non era il Fujiyama ma l’Etna?
 
(Attenzione: per comprendere il significato di questo post potrebbe essere d’aiuto leggere la traduzione sottostante. Enjoy.)
 
*Takiùru= tà chiuru (te la chiudo)
* Mankikàni= manch’i cani (manco li cani)
* Nontokku kitakki ‘nterra= non toccu chì tacchi ‘n terra (non tocco con i tacchi [i piedi] a terra)
* Pari nu’mari motu= pari nù marimotu (sembra un maremoto)
* Mi veni mimòru = mi veni mi’ moru (mi viene da morire)
* No, mikakài = no, mi cacài (no, me la sono fatta sotto)
* Mindivaju = mi ‘ndì vajiu (me ne vado)
* Aundajagghìri = aundi ajiu a’ gghiri (dove devo andare)
* Mifazzaspìsa = mi fazzu ‘a spisa (a fare la spesa)
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giovedì, 23 aprile 2009

Non è mai troppo tarzan.

Il giorno in cui qualcuno mi spiegherà a cosa servono i consulenti d’arredo – a parte che a dilapidarti il patrimonio – la mia vita sarà completa.
Ma dal momento che nessuno mai riuscirà a convincermi dell’utilità di questi esseri che sono convinti che in ognuno di noi sia nascosto un miliardario, allora eccomi a scrivere (inveire) contro tutte quelle figure professionali a cui sei costretto a rivolgerti quando prendi casa nuova.
Ecco il sunto della situazione:
- l’anta del frigo: cigola come la porta delle segrete del castello nei migliori film dell’orrore, tanto che per dissimulare, quando abbiamo ospiti, prima di aprire il frigo io e mamma ci travestiamo da Freddy Krueger e da Dracula.
- Il cestello dell’Immondizia Ikea montato su carrello estraibile: paragonabile soltanto al meccanismo di espulsione del pilota dall’abitacolo di un jet militare, ad ogni estrazione parte una tibia.
- Le tende (mancanti): ad ogni visita dell’agenzia agli appartamenti limitrofi, i clienti fanno anche il tour virtuale di casa mia. Da fuori. Attraverso la porta finestra della sala e della cucina.
Ma una forchettata di cazzi loro? Una volta ci hanno chiesto addirittura di mostrare loro il bagno, ché da fuori non si vedeva.
- Il divano letto: una trappola mortale per chi, come me, abituata a dormirci saltuariamente assieme all’Ingegnere che fa da contrappeso, un giorno rimasta da sola si sporge da un lato per prendere il cellulare.
- Ante e cassetti del buffet (dentro il quale teniamo il servizio da tavola “buono”): con l’apertura a pressione, ma più che a pressione direi eiettanti, possono causare gravi menomazioni fisiche poiché ad altezza dell’apparato riproduttivo. Per questo ho vietato all’Ingegnere, nei giorni di festa, di aiutarmi ad apparecchiare la tavola per gli ospiti.
- Gli ammortizzatori per cassetto: in cucina, se capita di schiacciarsi le dita dentro ai cestoni ammortizzati, si è costretti alla lenta agonia di un dito stritolato al ralenty nel morbido tornare in sede del meccanismo. Fssssschhhhhhhhhhhhhciack!!!
- La cappa aspirante: è così potente che alla prima accensione, china sui fornelli, mi sono ritrovata permanentata e bionda. Gratis, e senza l’utilizzo di additivi chimici.
- Dulcis in fundo, la progettazione del giardino: abbiamo perso due mesi a cercare piante nane transgeniche e mutanti per tenere fede al regolamento, per poi svegliarci in mezzo ad un uliveto.

Ma la domanda è: quando cazzo li hanno piantati? Di notte?
...
Maledetti vicini!
...
Salagadula magicabula laprendosemprenelcù... Fa la magia tutto quel che vuoi tu, vatteneunpocoaffangù.
PUFF.
E la principessa si trasformò in una lumaca.
Finalmente casa di proprietà, esentasse.
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venerdì, 13 febbraio 2009

Proverbio del giorno

"Tanto va la gatta al lardo, che la stronca il colesterolo."

Proverbio che vuole mettere in guardia colui che ha il vizio di appropriarsi del cibo altrui, perchè prima o poi verrà scoperto, e che possa venirgli una botta di colesterolo così alto da non riuscire a salvarsi nemmeno con il Danacol in vena.

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mercoledì, 07 gennaio 2009

SMS: Short Mother Sentences pt.II

SMS di mia madre, dopo l'atterragio ad Orio al Serio, BERGAMO:
"Sono sul bus pota. Tutto ok pota. Un bacio pota."
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lunedì, 22 dicembre 2008

Il mio albero di Natale è ammalato. Di-abete.

Caro Babbo Natale,
quest'anno anche io voglio scriverti una letterina.
Lo so che sono troppo grande per queste cose, ma quando Berlusconi parla, tutti credono alle minchiate che dice, allora io posso anche credere a Babbo Natale, alla Befana, al Dio Loki, ai folletti, e a tutte le profezie di Nostradamus!
Non è stato un anno proprio bellissimo, anzi.
Me ne sono successe di tutti colori, ma non mi sono mai lamentata.
Sono stata male, ed ho resistito stoicamente.
Sono stata tradita dagli amici, ma ci sono sempre stata quando hanno avuto bisogno.
Ho sopportato le amiche di mia madre, i consueti spignattamenti natalizi, la casa invasa dalla gente che viene a fare gli auguri e che in cuor suo auspica solo che le peggiori sfighe incombano su di te, così impari a vendere casa e andare verso un futuro roseo.
Ho sopportato anche la pubblicità del Lidl, per tutto questo tempo, e la speaker con quella sua voce portatrice d’ansia.
Insomma, carissimo Babbo Natale, sono stata buona. Troppo buona.
Nonostante tutto, ho un desiderio da esprimere:
vorrei che tu mi portassi, quest’anno, soltanto carbone.
Tanto, tantissimo carbone.
Perché sono così in bolletta da non potermi permettere nemmeno la legna per il camino, e qui si muore di freddo.
Grazie,
 
Vera
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giovedì, 04 dicembre 2008

Il mattino ha l'oro in bocca. Sarà quello, che ha ucciso i topi nella mia?

Quando mi apparve San Bittèr, il Dio dei sobri, mi disse: 
- Vendi casa, e torna al tuo paese d’origine. Vendi, senza intermediari, fidati di me. Vendi e non voltarti indietro.
Siccome non mi fidai, e chiamai Tecnocasa, Egli mi mandò 7 piaghe divine.
Riuscii a sopravvivere, e rivolsi una preghiera all’Altissimo Dio degli astemi:
- Oh San Bittèr, non ho già vagato abbastanza? Mi ritrovo nel deserto di un paese di provincia, a cercar casa, con il conto in banca prosciugato, ormai arida di iniziative! Aiutami!
E per miracolo, mi trovai con l’acqua alla gola.
Mi accorsi che San Bitter mi aveva preso troppo alla lettera.
Adesso la morsa delle scadenze si stringeva attorno a me. Era una prova di fede?
San Bittèr mi avrebbe salvata, se avessi creduto in lui.
Così apparve, manifestandosi sotto forma di rappresentante della Singer, e suonando al campanello mi disse:
- Alzati e cammina! Sono le 11, vuoi restare a letto tutto il giorno? C’è da riempire gli scatoloni.
E, già che c’era, tentò di vendermi una macchina da cucire.
Ma poiché mi rivolsi ad una ditta di traslochi, mi mandò altre 7 piaghe divine.
 
Prima: l’Architetto.
            Ed egli mi condannò a vagare per case con stanze dai termosifoni piantati in 
            mezzo alle pareti, e mansarde nelle quali gli inquilini, Eolo, Brontolo e Pisolo,
            picchiavano la testa al soffitto. Case con saloni da 80mq, e stanze gradi quanto
            un box doccia; appartamenti che entrarci in tre ti riduci come una partita a Twister.
            Bagni in cui non esiste il bidet, e anziché dire che hanno fatto una cazzata, tirano
            fuori che l’Architetto ha origini inglesi. Un architetto così bravo che meriterebbe tanti
            fan. Tanti fan-cùl. A lui, e a tutta la sua famigghia.
 
Seconda piaga: il corriere espresso.
            Il Re Mogio che porta in dono cristalleria sbeccata, apparecchi elettronici
            frantumati, presenti smolecolati, per vendicarsi del suo eterno vagare.
            Colui che erra senza sosta, e il suo arrivo provoca terrore e sgomento quando,
            portatore di disgrazie, ti comunica che “non la trovo, può spiegarmi dov’è la via?
            Sono... (dall’altra parte della città)” e dopo un’ora passata a descrivere con minuzia 
            il tragitto, e attenderlo all’addiaccio, sbadigliando esordisce con un “vabbè, fa niente.
           Accendo il navigatore”.
 
Terza piaga: la carica dei 101 agenti immobiliari.
            Inconfondibili, nella loro livrea  raffinata, sono tanto eleganti quanto feroci. E ci
            condannarono ad un estenuante peregrinare, ed un incessante squillare di
            cellulari, volti a sfinire la vittima per poi, in un colpo solo, sottrarle la capacità di
            intendere e volere, e proporle le peggio schifezze come fossero l’affare migliore
            che si possa fare in vita. Spesso si aggira assieme all’Architetto, in simbiosi, come
            il leone e la iena, solo che non si capisce bene chi è il leone, ma un cappottino con
            la loro pelle ce lo farei volentieri.
 
Quarta piaga: l’aracnofobia.
             E nella mia vecchia dimora, in ogni angolo e in ogni scatola, San Bittèr compì il
             miracolo della moltiplicazione degli aracnidi: bianchi e neri, e grossi e piccoli
             me li mandò, saltatori e con tre occhi. E piansi disperata e tremai e vomitai a getto,
             tanto che nemmeno Padre Karras ebbe il coraggio di incontrarmi. Chiesi pietà e
             dalla mia fobia non mi guarì, ma per miracolo mi mandò una mail con lo spider
             catcher della D-mail in offerta.
 
Quinta piaga: l’ufficio postale.
             Dal momento che la mia discendenza fu maledetta, l’anatema della coda all’ufficio
             postale divenne una delle piaghe più dolorose. Ore ed ore in fila in ginocchio sulle
             matite dell’Ikea, sventolando i bollettini da pagare e chiedendo perdono per non aver
             pagato il bollo, e che sia santificata la postepay, così in posta come sul web; e non
             ci indurre al pagamento delle opere di urbanizzazione, ma liberaci dall’ ICI, e così sia.
 
Sesta piaga: il condono edilizio.
              E l’Arcangelometra mi condusse fra i gironi infernali degli impiegati del Catasto e
              della Regione, fra il fuoco rosso come il mio conto in banca, e antri bui come le
              prospettive di una pratica sbrigata in fretta, mentre i dèmoni ci maledicevano, e ci
              spingevano verso il baratro del vincolo idrogeologico e di quello aeroportuale.
              E senza scampo mi aggirai per uffici finché il tempo fu compiuto. E venne
              l’ apocalisse dell’ultimo versamento, quello più deleterio. E con esso, la fine dei
              miei risparmi.
 
Settima piaga: la ditta dei traslochi.
                Venne il tempo dell’inscatolamento, e San Bittèr mi mandò il rappresentante
                della ditta dei traslochi, con tanto di mini notebook e brochure esplicativa, e di
                scatoloni ci sotterrò, di ogni grandezza e foggia. Ma senza le istruzioni. E si
                frantumarono i bicchieri infilati nelle scatole per i libri, e si sfondarono le scatole
                per la cristalleria, riempite di volumi. E mentre intonavamo canti di lode al Signore,
                al telefono con il customer care Ikea, scoprimmo che trasporto e montaggio dei
                mobili nuovi ci sarebbe costato quanto il trasloco.
 
E fui costretta a firmare assegni e fare code agli uffici pubblici per quaranta giorni e quaranta notti, e lo Spirito (di) Santo scese su di me, e dal momento che Santo è l’agente immobiliare, e non è molto scherzoso, mi accorsi che eravamo messi molto, molto male.
E fu sera e fu mattina, e il lavandino nella casa nuova ancora non ce lo hanno messo.
 
Amen.
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lunedì, 27 ottobre 2008

SMS: Short Mother Sentences

SMS di mia madre, dopo il dentista:
"Tutto ok, è stata una passeggiata. Ora mi compro le siga e vado in chiesa a chiedere se ti cambiano la testa."

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sabato, 09 agosto 2008

Favole

C’era una volta…
Una Dama che viveva al Castello da quando era nata.
Quello era il suo mondo, non ne aveva mai varcato le mura, finchè quelle stesse stanze che una volta erano state suo rifugio, il giardino che era stato il luogo in cui aveva coltivato la fantasia, divennero troppo piccole, quasi soffocanti.
Un giorno, la Dama fu invitata ad Altrove, la grande città, per un ricevimento, e non appena vi mise piede, rimase folgorata, e l’anima di quel luogo si fuse con la sua, e lei si lasciò andare come fra le braccia di un innamorato.
Il ritorno al Castello fu estremamente doloroso, e quando tempo dopo la ragazza comunicò al Padre e alla Madre l’intenzione di partire per Altrove, fu tragedia.
A malincuore, i genitori della Dama la lasciarono andare, con un ammonimento: quello di non rimettere mai più piede al Castello. La Dama rispose che sarebbe stata felice di non tornarvi più, ma avrebbe voluto che anche loro fossero stati felici della scelta della figlia.
La Strega udì le parole della giovane, e per invidia di tanta gioia e determinazione, non appena la Dama fu partita, lanciò sul Castello una maledizione.
In breve tempo il Padre si ammalò e morì, e la Madre cadde in un sonno profondo.
Tutti gli amici, che fino ad allora erano stati accanto alla Dama, partecipando delle sue gioie e dei suoi dolori, si trasformarono in statue di sale, e la casa cadde in rovina.
La Dama allora decise di combattere la Strega, e per fare questo si travestì, indossò un’armatura ed imparò a maneggiare la spada.
Altrove la cullava e le dava forza, ed anche se nessuno attorno a lei riusciva a guardare oltre il proprio naso, e tutti dicevano che la città era spenta e grigia, per la Dama, Altrove aveva l’anima colorata. Ogni suo rumore era una melodia da ascoltare con attenzione; ogni alito di vento era una carezza e le nuvole erano i pensieri della gente.
Quando si accorse che il sortilegio stava indebolendo anche lei, la Dama partì, decisa a liberare il Castello dal maleficio, anche se con le ultime forze che aveva in corpo.
La Strega aveva tramutato il cuore degli abitanti del Castello in pietra, e quelli non la riconobbero, al suo ritorno. Degli affetti le rimaneva solo qualche granello di sale che, a contatto con le ferite, adesso bruciava come il fuoco.
Il suo cuore si intristì quando vide il Castello, dimora fatata della sua infanzia, divenuto luogo di sì tanto dolore.
La Strega che, nascosta, sembrava irraggiungibile, aveva dato corpo ai dubbi della Dama, alle sue insicurezze e alle sue paure, tramutandole in mostri orribili e ponendoli a difesa del Castello.
Stremata e sanguinante, la Dama si lanciò in una lotta furibonda e spietata, contro i Dubbi, le Paure, comandate dai generali Malvagità e Maldicenza, preceduti da araldi come Sgomento e Sfiducia.
Soltanto l’anima di Altrove le dava forza, le sussurrava all’orecchio come un grande Amore lontano, dicendole che doveva essere forte, perché presto si sarebbero riunite, e questa volta per sempre.
Ma la Strega insinuava tormenti e ossessioni nella testa della Dama, dicendole che non sarebbe mai riuscita a scovarla e che l’avrebbe tormentata per sempre.
Quando tutto sembrava perduto e la Dama stava per soccombere a causa delle ferite che le erano state inferte, Altrove, ancora una volta, le venne in soccorso.
La svegliò dal torpore in cui stava sprofondando, sussurrandole all’orecchio, e mandò un suo Messaggero che, travestito da straniero, le svelò un importante segreto: le disse dove era nascosta la Strega.
La Strega era dentro di lei, ecco perché la Dama non riusciva a trovarla.
Non aveva guardato nel posto più ovvio, proprio quello dove nascevano e prendevano forma Paure, Dubbi e Incertezze.
Il suo cuore divenuto ormai nero, e raggrinzito dal dolore e dalla sfiducia.
Ma la voce di Altrove, della grande città, diede nuovamente vita a quel cuore, che nel rosso del sangue e con la forza dei suoi battiti, soffocò la Strega ed infranse il terribile sortilegio.
La Dama riuscì a risvegliare la Madre e portarla via con sé ad Altrove, ma perse per sempre il Castello con i suoi abitanti, e gli amici per i quali aveva lottato.
Si innamorò del Messaggero e divenne sua promessa sposa.
Ancora oggi la Dama, felice, ringrazia tutti i giorni Altrove per tutto quello che ha saputo darle.
Per la forza, la bellezza, la bontà, e i colori meravigliosi nascosti nella straordinaria anima della grande città che, purtroppo, non tutti riescono a scorgere.
Perché quando non si riesce a vedere oltre il proprio naso, non esistono Dame, Cavalieri o Messaggeri che riescano a salvarti.
 
Vera
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venerdì, 23 maggio 2008

"Amore, ti sei ricordato del nostro anniversario, grazie! Una scatola di Baci!" disse la moglie di Giuda.

Quando ero giovane e il Po ancora inondava le campagne padane lasciando il suo fertile humus, vidi bruciare un Mercedes in un vicolo di Quarto Oggiaro.
Sentii una voce, e per un attimo pensai di essere pazza.
Poi la Mercedes mi disse:
- Sono io, sono San Bittèr, il Dio dei sobri!  
- Tu? Un Mercedes che brucia?
- Si, sono io, il Dio di coloro che sono astemi, ma così astemi che hanno paura di ferirsi per non disinfettarsi con l’alchool!
E per miracolo mi incenerì il Motorola nuovo.
- Oooooh Signore, perché?
- Perché è uno schifo. E il bluetooth non si connette mai.
- Ma non il telefono, Signore. Perché io, perché ti sei mostrato a me?
- Uff, ma lo sai come ci si annoia di questi tempi? Tutti pregano sempre gli stessi, io sono disoccupato. E la noia, si sa… Insomma, ho deciso di liberarti dalla schiavitù delle Marlboro Light.
- Ma perché, Signore? Io non voglio smettere!
- Tu lo credi! Ma non è così.
Quindi mi disse:
- Prendi le tue cose e scappa in Egitto! E lì resta, finchè te lo dirò.
E partii per l’Egitto, ma anche Sharm el Sheik non è male.
E siccome nel pacchetto erano comprese solo due settimane pensione completa con open bar ed immersioni, fui costretta a tornare in Italia.
- Signore… - dissi io, che ho paura a volare in aereo - Possiamo fare un po’ più vicino la prossima volta?
Questa volta fu il pc ad essere incenerito. Non volli spiegazioni.
Annuii, sbuffando, e dissi:
- Si, lo so, non aveva nemmeno il Dual Core. Cosa devo fare adesso?
- Vendi casa, e torna al tuo paese d’origine. Vendi, senza intermediari, fidati di me. Vendi e non voltarti indietro.
Siccome non mi fidai, e chiamai Tecnocasa, Egli mi mandò 7 piaghe divine:
 
Prima: l’agente immobiliare.
            Ed egli mi condannò a vagare per mesi fra uffici del catasto e conservatoria e
            geometri e uffici comunali e gabinetti e studi e con chili di pratiche, documenti,
            moduli, l’agente mi perseguitò, perché se non mi fossi presentata al cospetto
            del notaio con i documenti in ordine di data e alfabetico per il primo capoverso e la   
            carta d’identità non sgualcita, sarei bruciata all’inferno.
 
Seconda piaga: gli avvocati.
            E i miei soldi e la mia pazienza finirono in mano a coloro che vengono pagati
            per mentire, e saranno dannati per l’eternità, perché hanno il potere di
            compiere le più assurde schifezze perché sanno come uscirne puliti, perché
            hanno il potere di risultare irraggiungibili su tutti e 4 i cellulari, a casa, via mail e al 
            cercapersone, e quello di rintracciarti in capo al mondo quando devi pagare.
 
Terza piaga: i medici donna.
            E per un raffreddore, fui bucherellata per mesi e mesi come uno scolapasta,
            e infarcita di medicine, e guarii centinaia di persone solo con un’alitata.
            E marcii per settimane nei più assurdi gironi dell’inferno della Mutua, e fui gettata in
            un lago di voltaren e muscoril e mi contorsi fra atroci dolori mentre loro urlavano:
            “Esagerata! E’ solo ansiaaaaaa!”
 
Quarta piaga: gli operatori telefonici
              Coloro che per punirti ti chiamano alle 8 del mattino la domenica, per venderti olio
              toscano e salumi altoatesini, coloro che posseggono i polmoni bionici, poiché
              capaci di iniziare una frase appena tiri sù la cornetta, un secondo dopo il tuo
              “Pronto?”, e finire 25 minuti dopo senza prendere mai fiato, coloro che a volte sei
              costretto a chiamare per richiedere un servizio di telefonia, e riescono a venderti
              un set di coltelli da pesce.
 
Quinta piaga: i commessi dell’Ikea.
               Esseri metà uomo e metà Adamo della Cappella Sistina, con il braccio teso
               verso l’infinito e l’occhio appallato, che scompaiono nell’attimo in cui ti volti
               verso il tuo fidanzato per dire di raggiungerti. Esseri enigmatici a cui, se chiedi:
               “Scusi, dove posso trovare il divano Ståmïnkja?” ti risponderanno: “Di là.”
               Indicando un punto a caso in lontananza verso i restanti 12mila metri quadri dello
               showroom, costringendoti a vagare in eterno ritrovandoti sempre nel reparto
               tazzine da caffé, che sono l’unica cosa che possiedi già.  
 
Sesta piaga: il parente ottimista.
               Colui che quando devi dipingere casa, all’urlo di: “Tiaiutoiocosavuoichessìa,
               inquattrocisisbrigainunweekènd!” e dopo qualche ora si defila lasciandoti coperta
               di idropittura e smalti, fra rulli e pennelli e stucchi e teloni. Colui che pretende di
               esserci in qualsiasi momento perché sennoncisiaiutafrapparénti e poi quando lo
               chiami l’hanno rapito gli alieni e lo hanno rilasciato a Cuba dove Raùl lo tiene in
               gattabuia perché crede sia una spia degli americani.
 
Settima piaga: la banca online.
                Che ti rassicura e poi scopri che non puoi prelevare contanti perché lo sportello
                non esiste. Che per avere un libretto di assegni devi fare domanda in carta
                bollata in quintupla copia firmata dal Papa e che la nuova efficientissima carta
                di credito che ti hanno convinto a prendere ha un chip che al primo prelievo invia
                il tuo pin e i tuoi dati via web a seimila hacker che entro un minuto ti avranno
                non solo prosciugato il conto ma avranno anche mandato a tutti i tuoi amici una
                mail con la tua foto mentre ti scaccoli d’avanti al bancomat.
 
E fui costretta a mangiare panini e bere caffé freddo per quaranta giorni e quaranta notti,
e lo Spirito di Patata scese su di me, che sparavo cazzate a raffica per l’isteria.
E fu sera e fu mattina, e ‘sta cazzo di casa nuova ancora non si vede.
 
Amen.
Così disse SeVeraMente quando erano le 08:38 | Permalink | commenti (23) (pop-up)
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