Vera*Mente

Vera è Vera o Vera è falsa?
domenica, 13 luglio 2008

Nessuno sa di chi fossero figli Qui, Quo, Qua. Perchè in realtà non avevano la mamma papera, ma la mamma maiala.

Le feste di paese sono una meravigliosa occasione per studiare la stupefacente molteplicità di esseri, grotteschi nonché spesso molesti, del paese.

Per esempio:
l’Oca Vulgaris che, alla sagra della salamella, arriva su campo sterrato in minigonna rasopelo, o forse quella è la cintura e la poveretta è distratta ed ha scordato la gonna a casa.
Inutile dirlo, invece della scarpetta sportiva o della ciabatta infradito di cui tutti siamo accessoriati, lei indossa uno stiletto dal tacco a spillo di 20 centimetri, le ci vorrebbe il porto d’armi, con un calcio ben mirato potrebbe trasformare gli attributi del primo maschietto che passa in uno spiedino. Da metterci in mezzo due peperoni e da grigliare, il tutto assieme alla salamella. Basta che poi non offra in giro, grazie, m’è passata la fame.
Siccome fa caldo e il sudore in mezzo alle tette proprio non lo sopporta, la povera, esibisce una scollatura vertiginosa, il che potrebbe tranquillamente far nascere questo surreale dialogo fra l’ochetta e voi:
Ochetta: - Ma è troppo scollata, questa magliettaaa?
Vera: - Ma no, ti si vedono solo i peli del petto.
Ochetta: Ma io non hooooo i peli sul pettooooo!!!
Vera: - Allora è troppo scollata.
Ciliegina sulla torta, trucco da battona che le Bratz in confronto sono acqua e sapone, e capelli così tirati da fungere da lifting naturale.
Sembra avere gli occhi a mandorla, invece ce li ha da pesce lesso. Come sempre.
 
Il Mandrillo Siluratum, che arriva preceduto dal rombo del suo cinquantino smarmittato e appositamente truccato, surrogato al richiamo d’amore del maschio del luogo, seguito poi da una tempesta di sabbia e gas di scarico e improperi in varie lingue e dialetti.
Scende dal trabiccolo piazzandolo sul cavalletto con la delicatezza dell’orafo che ripone un gioiello prezioso in un lussuoso astuccio di velluto, e dopo una virile strizzatina ai maroni, con la postura dell’orango si avvia in mezzo alla folla guardandosi attorno tentando di emulare lo sguardo del conquistador latino, riuscendo solo a fare quello del tamarrum campagnolus.  
Adocchia la tipa che gli piace, e che ovviamente piace a tutti i fighetti del paese (n.d.r: questa figura coincide spesso con l’Oca Vulgaris) e le assesta una pacca sul sedere così forte che, all’urletto ultrasonico della poverina, tutti cani nel giro di 10 km iniziano a guaire.
Il Mandrillo, non appena riceve un sonoro schiaffone della tipa, emette il classico verso animalesco di dissenso: “Ohmicacellaisolotè, micacellaisolotè, micacellaisolotèoh.” E si allontana sconfitto ringhiando mentre gli altri maschi del branco lo deridono battendosi il petto ed emettendo il richiamo d’amore per conquistare la femmina, adesso libera: “Obbellafì, iocelloppiuggrò, iocellopiullù, iocellopiuppì, malousobbè.”
O in altenativa :”Obbellafrè, dammelammechessoppiufì”.
Solitamente l’ultimo è il maschio dominante, quello con cui la femmina uscirà, si farà coprire di regali per poi concedersi e restare il giorno dopo ad aspettare una telefonata che non arriverà mai, mentre lui sarà a vantarsi con gli amici al bar, tirando fuori una storia da far invidia a Siffredi quando invece hanno limonato tutta la sera e nemmeno una palpatina.
Gli altri invece, se ne andranno dicendo: “Alla fine non era così bella, e poi è ancora acerba.”
 
Il Dispensatorus Cibariam: colui che, al di là del bancone dei panini, sudato come un cavallo frisone, nervoso come un crotalo del Qatar, e socievole come un caimano egiziano, corre fra nuvole di fritto e chiazze di ketchup, confondendo le ordinazioni e urlando di tanto in tanto: “Fì, e adesso chemminchiacifò con questo paninoqquì?” quando ti permetti di fargli notare che avevi pagato solo un chupachup. Paventa una ipotetica allergia al lattice e quindi non indossa i guanti, ha immancabilmente le unghie a lutto, le bibite te le serve in un ditale da cucito, con quelle in lattina, poi, tira la linguetta e te le lancia come fossero granate.
Granita! Ho detto GRA-NI-TA!” ma non c’è niente da fare.
E il tuo panino sarà sempre quello raffermo, con la salamella bruciata, la cipolla mezza cruda, e una colata di maionese che fluisce dal polso verso il gomito al primo morso. Per fermare la sua folle corsa sulla camicia nuova stirata di fresco che avevi messo proprio quella sera che la tipa, forse, te la da.
 
Il Presentatoreietto, quello che nessuno caga tranne che durante l’estrazione vincente del biglietto vincente della lotteria della parrocchia, con il quale ci si aggiudica un meraviglioso ed indispensabile spremi-melograno, che però devi prima sgranare chicco per chicco perché la macchina li spreme ad uno ad uno. Come non averlo?
Il Presentatoreietto passerà l’intera serata ad invocare applausi, poi ad elemosinarli ed infine correrà a pregare uno per uno tutti i presenti di applaudire, almeno una volta, per poter dire, un giorno, che la sua carriera ha avuto un senso.
Presenterà il saggio di danza dei bambini, storpiandone immancabilmente il cognome, mentre i genitori gliene indicano con garbo la fonetica, urlandogliela da sotto il palco, e accompagnando il suggerimento con lancio di oggetti più o meno contundenti. Non potrà cenare, perché in quanto tutti credono che sia un essere mitologico, nessuno crederà che ha bisogno di nutrirsi. Non parteciperà mai ad un ballo di gruppo perché, al massimo, gli farebbero fare la parte della ramazza nel ballo della scopa. Non si sa chi l’ha invitato, quindi nessuno lo pagherà.
 Anche contuso ed emaciato, spesso sanguinolento, il Presentatoreietto sorride nonostante la finestra apertasi poco prima fra gli incisivi al lancio di una lattina di cola (piena) da parte del padre di Menanlevo Domenica, partecipante al saggio di danza e apostrofata involontariamente con un “Melalavo Domenica” dal tapino.
 
Ci sarebbero anche il vocalist, l’organizzatore, la coppia tipo, il branco di ragazzini della neo-generazione. Ma questi, magari, li tratteremo nella prossima puntata di “Quork: l’anello mancante”.
Così disse SeVeraMente quando erano le 20:36 | Permalink | commenti (19) (pop-up)
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domenica, 06 luglio 2008

"...And it hurts with every heartbeat"

Ci sono momenti in cui...
preferisci non pensare.
Preferisci convincerti che tutto passa ma, intanto, ti girano i coglioni.
Come disse tizio?
"Non può piovere per sempre, ma intanto ci si bagna."
Ci sono momenti che ti senti sola, e guardi la gente che ti incontra e ti saluta gioiosa con quel nonsoché di viscido e ti viene un conato di vomito ad ogni sorriso.
E ti sembra che tutti ti guardino storto, e sotto quei risolini ci sia qualcosa che cova, come un "vaffanculo" detto fra i denti, sfoderando il sorriso migliore.
Ti sembra che la gente mormori quando passi, che ti indichi, ma quando ti volti ognuno è perso nei fatti suoi,  in un misto di imbarazzo e forzata nonchalance.
E avanzi a testa alta in mezzo a tutti, pensando: "Devo essere proprio paranoica! E' solo che ho avuto una giornata storta."
...
Poi ti accorgi di avere un vistoso sbaffo di maionese sul naso.
...
Maledette feste di paese.
In realtà, feste e sagre a parte, sono davvero depressa.
Io che sorrido sempre, mi ritrovo a non poter essere triste perchè tutti si aspettano che io sorrida, e se piango, mi rompono anche i coglioni e senza nemmeno chiedere perchè piango, dicono: "Uuuuh, esageraaaaata! Dai, dai che passa."
...
Maledetti. Maledetti superficiali.
Vi andasse di traverso il panino con la salamella.

Upgrade: questa canzone rende appieno il mio stato d'animo.
Dai sù, lo so che è triste, ma è meravigliosa.
Mi raccomando tenete lontani barbiturici, lamette, roipnol, lexotan e sostanze velenose di vario genere durante la visione.
Scherzo.
E poi io, Calogero, lo adoro. QUI il testo.
Enjoy.

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giovedì, 19 giugno 2008

"Voglio donare il mio cervello alla scienza." "Al reparto di microbiologia saranno molto contenti!"

E verrà, verrà il giorno in cui la tecnologia ci permetterà di rinascere,
di librarci nell’aria e volare, senza file negli aeroporti;
e potremo scegliere di non morire, di non ammalarci, saremo padroni del nostro destino,
e potremo scegliere di essere uomini o donne.
A me basterebbe poter fare pipì in piedi, di fronte alla tazza del water.
 
Così forse mi toglierei il maledetto vizio di mettermi di spalle al cesso prima di lanciare indietro le bretelle della salopette.
 
SPLASH.
Così disse SeVeraMente quando erano le 17:22 | Permalink | commenti (18) (pop-up)
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lunedì, 09 giugno 2008

Una chat ci seppellirà tutti

Vera scrive:
Io e l'Ingegnere stiamo seguendo questa asta…
(segue link. L’asta riguarda QUESTA poltrona)
Costa un fottio e in più ci sono da aggiungere 40 e più euro di polistirene espanso per l'imbottitura.
Ma forse quello ce lo può portare suo padre magari AGGRATISE
quindi se l'asta non sale molto è un affare
MammadiVera scrive:
e un culo finto per vedere come si sta malissimo.....chi lo mette?
Vera scrive:
invece è comoda
MammadiVera scrive:
non è vero
Vera  scrive:
Ce l'hanno Wu e Betty. L'Ingegnere ci sta comodo.
MammadiVera scrive:
l'ho provata
si sta male
5 minuti poi hai voglia di fare come Fantozzi
Vera scrive:
ah ah ah
lui ci passerebbe le serate
MammadiVera scrive:
sagggggitttario di mmmerdaaa

...

Mia madre. L'adoro.
Così disse SeVeraMente quando erano le 21:36 | Permalink | commenti (21) (pop-up)
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venerdì, 06 giugno 2008

Una gustosa forchettata di cazzi miei in guazzetto di minchiate

Già me lo immagino: un virus intestinale che si trovasse a passare per caso dal mio colon e si trovasse di fronte tutto quello che per adesso credo bazzichi fra le mie mucose.
- Vabbè, scusate. – direbbe.
E alzerebbe i tacchi per mai più ritornare.
Ah, si, scusatemi.
Buongiorno anche a voi.
Sto male. Maledetta roba piccante.
Qualche giorno fa al centro sportivo stava travolgendomi un pulmino.
Ne è sceso un tizio (giurin giurella che non dico bugie) con una cicatrice sulla guancia, vestito da scaricatore di porto, con la sigaretta all’angolo della bocca, un po’ acciaccata come quella di Gighen, e con l’aria così truce che Jack Nicholson in Shining in confronto sembra la Fata Turchina di Pinocchio. Insomma, un incrocio fra Wolverine e Capitan Barbossa dei Pirati dei Caraibi.
Il pulmino era quello dell’asilo “Cappuccetto Rosso”.
Ora – mi chiedo – quello chi era? Il lupo? Il cacciatore? Il lupo travestito da cacciatore o il cacciatore travestito da lupo?
Il dentista mi ha detto di comprare un collutorio: il Curasept.
Sembra il nome di un antico generale Egiziano ai servizi del Faraone.
- Andiamo miei soldati! All’attacco! Sconfiggiamo la placcaaaaaa!!!
- Scusi, posso entrare?
- Chi è lei? Ha il permesso?
- Ma io veramente…
- Ha il pass?
- Ecco, io stamane l’ho scordato…
- Allora niente. Mi spiace.
- Ma io devo lavorare… Non potrebbe…
- Non se ne parla. Via.
- Uff…
 
Questo, oggi, il dialogo fra il neurone Capocantiere e la Direzione.
Abbiate pazienza. Cercate di compatirmi. Ho kwark prblm.
Asdf èawk, lkpkeporm dpweqm sdfpsdkfj kjd powk ksmdlkp.
Ufwe? Sfroè!!!
 
- Anche lei senza pass?
- Ma io devo entrare assolutamente, la prego!
- Se lo scordi!
- Ma io sono…
- Un idiota, ecco chi è lei!
- No, la scongiuro…
- O mi porta il pass oppure oggi non lavora.
- Ma io sono quello impiegato nell’area linguaggio…
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sabato, 31 maggio 2008

"Adoro l'odore del Napalm di mattina... ha il profumo della vittoria." *

Le giornate, lì in Calabria, sono dure.
Ah, se sono dure. L’estate inizia i primi di Maggio, ai primi di Giugno già si versano litri di sudore e si svuotano bottiglie di chinotto e cocacòle e schweppstònicheallimone acquedellasalute e si fa tanta plin plin, col risultato di disidratarsi lo stesso e non poter fare nemmeno una passeggiata senza aver visitato tutti i cessi nel giro di tre chilometri.
Svegliarsi col puzzo di bruciato che preannuncia l’imminente arrivo delle fiamme che in poco tempo divorano tutto il vicinato nonché il giardino di casa, ha un nonsochè di rustico, ma puzzare come una caciotta affumicata per tutta la giornata perché manca l’acqua, e puoi appena appena sciacquare le ascelle, non è poi così bello.
Con il rumore dei Canadair e degli elicotteri che sorvolano casa ogni 3 minuti a bassissima quota, ti sembra di essere in guerra. L’afa e l’umidità non ti fanno respirare.
E poi i vicini si stupiscono se ti vedono uscire in mimetica col coltello di Rambo fra i denti, il bazooka in spalla e due righe nere sulle guance, bofonchiando: “Maledetti musi gialli, non mi avrete mai!”
Per questo io, lì, non ci voglio stare.
Per i vicini.

* Confidando che abbiate riconosciuto la citazione nel titolo, mi chiedo: ma che profumo di merda usa la Vittoria?
Vittoria chi?
Ma si, la Vittoria, la moglie del Gino... :P
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venerdì, 30 maggio 2008

Meme? Nono nonnon soso statata ioio!

Come temevo, oggi mi è toccata una di quelle sfighe che guardapropriounacosachenontelospiegonemmeno!
Una di quelle cose che, nella vita, speri non ti capitino mai, e invece...
Si dice "Eh, ma tanto queste cose succedono solo agli altri!" ... E invece no. Tocca anche a me.
Cosa è successo?
Sono stata nominata per un MEME.
Un giochino, uno di quei test a cui devi rispondere e devi nominare altre 4 persone a cui passare la sfiga, altrimenti sossetteannidisfighe.
O qualcosa del genere.
Ringrazio INFINITAMENTE Chicca per questo, e passo ad elencare i
5 UOMINI DEL PIANETA CHE PIU' MI FANNO SESSO:

1. Questo qui, anche se non c'è più.
2. Questo, anche se non è una cima.
3. Quest' altro, che starci assieme sarebbe un colpo gobbo.
4. Questo tizio, anche se è un pallone gonfiato.
5. Infine lui, che da noi c'è stato solo di passaggio.

E adesso, fustigandomi col filo dell' Hub USB, anche se so che mi porterà sfiga, annuncio che non passerò a nessuno il meme, perchè devo andare a raccogliere i cocci dello specchio rotto e non ho tempo.

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martedì, 27 maggio 2008

Un cammello dentro al crème caramel sta attraversando il dessert?

Io e l’amica Vic (che non è il diminutivo di Victoria ma di Fashion VICtim) siamo invitate più volte da amici a ballare in quel della Brianza.
Le cose sono due: o io e lei catalizziamo la sfiga oppure c'è una congiunzione astrale nefasta per i nostri segni zodiacali.
Riporto qualche aneddoto.
Durante i giorni della merla*, dopo una serata a ridere, ballare, sbevazzare e sparare minchiate a raffica, scopriamo che la macchina nuova di Asso, con la quale siamo giunti al disco-pub, ha un finestrino rotto. Enunciando una sequela di improperi che non ho il coraggio di ripetere, Asso cerca freneticamente qualcosa per terra:
- Non l’hanno trovato! Gliel’ho fatta, a stì babbi di minchia!
Ed estrae IL CELLULARE da sotto il tappetino dell’auto.
Intanto: babbi di minchia mica troppo, intanto ci tocca tornare senza il finestrino.
A Gennaio. Sticazzi. All’acqua e al vento.
Evvabbè.
E poi: ma scusa, tu lasci il cellulare in macchina nascosto sotto il tappetino???
 
Prendiamo la macchina dove l’avevamo lasciata e ci ritroviamo, io e Vic, a dover compiere in macchina il tragitto Vimercate-Bussero (in provincia di Milano, prego consultate la cartina), che all’andata siamo riuscite a completare grazie a scrupolosissime e dettagliate indicazioni che Vic possedeva.
- Vic, mi raccomando, eh? Dimmi la strada sennò ci perdiamo.
- Certo, stai tranquilla.
- Dimmi dove devo svoltare perché non vedo una mazza, cazzo, dovevo portare dietro gli occhiali, non leggo nemmeno nemmeno i cartelli… ma ci sei?
- Si, si, certzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz… ronf… ronf… ronf…
- …
E così il tragitto (o almeno l’ho ricostruito leggendo i nomi sui cartelli stradali) è stato il seguente:
Vimercate – Agrate
Agrate – Casello di Agrate - Località non identificata
Casello della località non identificata - Casello di Agrate – Vimercate
Vimercate – Lecco. No, dico, LECCO.
- Lecco? Ma… Ma… Cazzo!!! Vic, svegliati!
- Uh… ah… Si. Uh. Zzzzzzzzzzz… (ripiomba in un sonno profondo)
- Mavvaffanculo. Quando arriviamo a casa facciamo i conti. SE arriviamo a casa. Ci troveranno domattina cianotiche a fare l’elemosina per la benzina. Vacca troia.
Lecco – Vimercate
Vimercate e infine – dopo svariate deviazioni – Bussero.
(Prego consultate ANCORA la stessa cartina)

Ma si può? Non ho proprio senso dell’orientamento.
Sono una formichina senza le antenne, e se mi spiegate come ho fatto ad arrivare a Lecco, magari, me ne capacito.

* Giorni della merla: sono i giorni più freddi dell'anno, di solito coincidono con gli ultimi di gennaio. Così detti -si racconta- perchè fa così freddo nemmeno la femmina del merlo (che, come è ben risaputo fra i lombardi, è sempre in giro a scassare la minchia) esce a procurarsi il cibo.
Così disse SeVeraMente quando erano le 01:23 | Permalink | commenti (18) (pop-up)
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venerdì, 23 maggio 2008

"Amore, ti sei ricordato del nostro anniversario, grazie! Una scatola di Baci!" disse la moglie di Giuda.

Quando ero giovane e il Po ancora inondava le campagne padane lasciando il suo fertile humus, vidi bruciare un Mercedes in un vicolo di Quarto Oggiaro.
Sentii una voce, e per un attimo pensai di essere pazza.
Poi la Mercedes mi disse:
- Sono io, sono San Bittèr, il Dio dei sobri!  
- Tu? Un Mercedes che brucia?
- Si, sono io, il Dio di coloro che sono astemi, ma così astemi che hanno paura di ferirsi per non disinfettarsi con l’alchool!
E per miracolo mi incenerì il Motorola nuovo.
- Oooooh Signore, perché?
- Perché è uno schifo. E il bluetooth non si connette mai.
- Ma non il telefono, Signore. Perché io, perché ti sei mostrato a me?
- Uff, ma lo sai come ci si annoia di questi tempi? Tutti pregano sempre gli stessi, io sono disoccupato. E la noia, si sa… Insomma, ho deciso di liberarti dalla schiavitù delle Marlboro Light.
- Ma perché, Signore? Io non voglio smettere!
- Tu lo credi! Ma non è così.
Quindi mi disse:
- Prendi le tue cose e scappa in Egitto! E lì resta, finchè te lo dirò.
E partii per l’Egitto, ma anche Sharm el Sheik non è male.
E siccome nel pacchetto erano comprese solo due settimane pensione completa con open bar ed immersioni, fui costretta a tornare in Italia.
- Signore… - dissi io, che ho paura a volare in aereo - Possiamo fare un po’ più vicino la prossima volta?
Questa volta fu il pc ad essere incenerito. Non volli spiegazioni.
Annuii, sbuffando, e dissi:
- Si, lo so, non aveva nemmeno il Dual Core. Cosa devo fare adesso?
- Vendi casa, e torna al tuo paese d’origine. Vendi, senza intermediari, fidati di me. Vendi e non voltarti indietro.
Siccome non mi fidai, e chiamai Tecnocasa, Egli mi mandò 7 piaghe divine:
 
Prima: l’agente immobiliare.
            Ed egli mi condannò a vagare per mesi fra uffici del catasto e conservatoria e
            geometri e uffici comunali e gabinetti e studi e con chili di pratiche, documenti,
            moduli, l’agente mi perseguitò, perché se non mi fossi presentata al cospetto
            del notaio con i documenti in ordine di data e alfabetico per il primo capoverso e la   
            carta d’identità non sgualcita, sarei bruciata all’inferno.
 
Seconda piaga: gli avvocati.
            E i miei soldi e la mia pazienza finirono in mano a coloro che vengono pagati
            per mentire, e saranno dannati per l’eternità, perché hanno il potere di
            compiere le più assurde schifezze perché sanno come uscirne puliti, perché
            hanno il potere di risultare irraggiungibili su tutti e 4 i cellulari, a casa, via mail e al 
            cercapersone, e quello di rintracciarti in capo al mondo quando devi pagare.
 
Terza piaga: i medici donna.
            E per un raffreddore, fui bucherellata per mesi e mesi come uno scolapasta,
            e infarcita di medicine, e guarii centinaia di persone solo con un’alitata.
            E marcii per settimane nei più assurdi gironi dell’inferno della Mutua, e fui gettata in
            un lago di voltaren e muscoril e mi contorsi fra atroci dolori mentre loro urlavano:
            “Esagerata! E’ solo ansiaaaaaa!”
 
Quarta piaga: gli operatori telefonici
              Coloro che per punirti ti chiamano alle 8 del mattino la domenica, per venderti olio
              toscano e salumi altoatesini, coloro che posseggono i polmoni bionici, poiché
              capaci di iniziare una frase appena tiri sù la cornetta, un secondo dopo il tuo
              “Pronto?”, e finire 25 minuti dopo senza prendere mai fiato, coloro che a volte sei
              costretto a chiamare per richiedere un servizio di telefonia, e riescono a venderti
              un set di coltelli da pesce.
 
Quinta piaga: i commessi dell’Ikea.
               Esseri metà uomo e metà Adamo della Cappella Sistina, con il braccio teso
               verso l’infinito e l’occhio appallato, che scompaiono nell’attimo in cui ti volti
               verso il tuo fidanzato per dire di raggiungerti. Esseri enigmatici a cui, se chiedi:
               “Scusi, dove posso trovare il divano Ståmïnkja?” ti risponderanno: “Di là.”
               Indicando un punto a caso in lontananza verso i restanti 12mila metri quadri dello
               showroom, costringendoti a vagare in eterno ritrovandoti sempre nel reparto
               tazzine da caffé, che sono l’unica cosa che possiedi già.  
 
Sesta piaga: il parente ottimista.
               Colui che quando devi dipingere casa, all’urlo di: “Tiaiutoiocosavuoichessìa,
               inquattrocisisbrigainunweekènd!” e dopo qualche ora si defila lasciandoti coperta
               di idropittura e smalti, fra rulli e pennelli e stucchi e teloni. Colui che pretende di
               esserci in qualsiasi momento perché sennoncisiaiutafrapparénti e poi quando lo
               chiami l’hanno rapito gli alieni e lo hanno rilasciato a Cuba dove Raùl lo tiene in
               gattabuia perché crede sia una spia degli americani.
 
Settima piaga: la banca online.
                Che ti rassicura e poi scopri che non puoi prelevare contanti perché lo sportello
                non esiste. Che per avere un libretto di assegni devi fare domanda in carta
                bollata in quintupla copia firmata dal Papa e che la nuova efficientissima carta
                di credito che ti hanno convinto a prendere ha un chip che al primo prelievo invia
                il tuo pin e i tuoi dati via web a seimila hacker che entro un minuto ti avranno
                non solo prosciugato il conto ma avranno anche mandato a tutti i tuoi amici una
                mail con la tua foto mentre ti scaccoli d’avanti al bancomat.
 
E fui costretta a mangiare panini e bere caffé freddo per quaranta giorni e quaranta notti,
e lo Spirito di Patata scese su di me, che sparavo cazzate a raffica per l’isteria.
E fu sera e fu mattina, e ‘sta cazzo di casa nuova ancora non si vede.
 
Amen.
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categoria: citazioni, scazzi quotidiani, licenza poetica

sabato, 17 maggio 2008

Falqui: basta la parolPROT PROTPROT SPLAT.

Ultimamente il fato mi è avverso.
Mentre scorrazzavamo allegramente io, Giulietto e Lamaria, abbiamo preso un frontale con una tizia che, causa colpo di sonno e ubriachezza molesta, ha imboccato contromano la nostra corsia.
Milleduecento euro di danni per la macchina di Giulietto, milleduecento calci in culo alla tizia. Che se li meritava tutti, fino all’ultimo.
Noi tutti bene, grazie a San Gria (il Santo protettore dei beoni) e agli air bag che NON si sono aperti. Mortacci loro e di chi li tara.
Un po’ come me e mia madre qualche giorno fa, quando, nell’atto di tarare la bilancia da cucina, mi ha chiesto, trafelata perché le si bruciava la wienerschnitzel:
- Telataritu’?
- No, taratelatu’ - le ho risposto.
Poi mi sono frantumata il dito nella porta di casa, il ghiaccio era finito, mi ha salvata uno stecco panna & fragola.
E poi mi dicono che se si chiude una porta si apre un portone.
Speriamo che, se dovesse chiudersi anche il portone, non ci siano le mie dita in mezzo in quel preciso momento.
Per chiudere in bellezza, mi hanno incastrata per un lavoro che Gazzetta, l’amica che sa tutto di tutti, ha allegramente scaricato a me.
Di quelle proposte che non puoi rifiutare.
Così dovrò rincoglionirmi dietro ai bambini per ore ed ore, come non avessi già i cazzi miei da fare.
Per ringraziarla, infine offrirò un gelato al sodio picosolfato a lei e ai marmocchi.
Grazie, Gazzetta. Grazie.
E che la dolce Euchessina e il Falqui siano con te.
Ma in sovradosaggio.
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martedì, 13 maggio 2008

Tutte le strade portano al Regno dei Cieli: se vuoi ti insegno una scorciatoia

Bravo, bravo bravo! (battendo le mani in alto sopra la testa)
Non sei cambiato, già da piccino eri una forza della natura.
Ti piace ancora sperimentare col fuoco, eh?
Così hai pensato: "Che figata, se mi riempio la bocca col gas dell'accendino e poi sputo sulla fiamma, chissà che vampata!"

La prossima volta, però, nell'atto di sputare il suddetto gas sulla fiamma che traballa ad un centimetro dalla tua bocca, non aspirare.

Coglione.

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domenica, 20 aprile 2008

Silence! I kill you!

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categoria: scazzi quotidiani, una occhiata in giro, storie parallele

venerdì, 18 aprile 2008

Mi porti in vacanza a Neurodisney?

Si, sono un’amante della natura.
In primavera, quando il Sommo Pittore colora i campi di giallo, rosso, rosa, blu, gli alberi indossano il vestito della festa, quello verde dalle molteplici sfumature, e il sole fa capolino fra nuvole di panna montata, il mio sguardo vola oltre il grigio orizzonte milanese, vola con le leggiadre rondini che scagarellano allegramente in testa ai passanti, solcando i cieli.
 
Non riesco a resistere al richiamo della primavera.
E infatti ditemi voi come si fa a tamponare l’auto d’avanti per guardare i fiorellini a bordo strada.
Cazzo.
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categoria: scazzi quotidiani

lunedì, 14 aprile 2008

Per ciò a cui più tieni al mondo c'è un costo che prima o poi va pagato.

"E' il giorno della morte che da alla vita il suo valore"

Così disse SeVeraMente quando erano le 23:28 | Permalink | commenti (34) (pop-up)
categoria: citazioni, scazzi quotidiani, una occhiata in giro

lunedì, 07 aprile 2008

La vita è questione di culo: o ce l'hai, o te lo fanno.

I miei amici romani hanno tenuto per me un workshop di insulti.
...
I romani sono meravigliosamente fantasiosi, quando si tratta di prendersela con qualcuno.
Per cui, la prossima volta che lo spilungone occhialuto dalla notevole proboscide (uè, maliziosetti, parlo del naso)e dalle mani poco curate (inutile dire che non utilizza i guanti) che lavora dal panettiere sotto casa mi lancerà senza voglia, sul bancone, il mio sacchetto infarcito di carboidrati, sarò preparata.

E potrò dirgli:
“ Ahò, ma che c’hai, le unghie a lutto? A’ fracicone, me pari nà partita de Shangai lasciata a metà! Ma che te pesi, dall’orefice? Sei tarmente magro che er tu’ pigiama a righe c’ha ‘na riga sola, e sotto a’ doccia devi sartà pe’ pijà li schizzi!
Da quando t’ha visto a’ morte, se n’è annata in penzione, ma che naso c’hai? E’ così lungo che nun te se chiude la carta d’identità! Quanno fai “no” co’ la testa sparecchi e quanno fai “si” affetti er pane! Però sei fortunato: puoi fumà sotto alla doccia che nun te se spegne a’ sigaretta. Perché non vieni a casa mia, che si te metti cor naso fuori da’a finestra, nun c’avemo manco bisogno da’a parabbola!
C’hai er fisico de ‘n domatore de vongole, e sulla faccia che c’hai? Hai avuto problemi co’ l’acne juvenilis o problemi a imparà l’uso de la forchetta? Sei così brutto che nun te soridono manco li sofficini!
Che bella faccia c’hai: me ‘a presti che ce vado a fa du’ tre figure de mmerda? Fai piagne pure e’ cipolle! Sei più brutto te, che Natale senza regali, ma come fai? Si t’avvicini ar computer te parte l’antivirus! Quanno sei nato nun c’era l’ostetrica… C’era l’esorcista! E tu’ mamma, da piccolo, quanno te metteva ner passeggino, se vergognava così tanto che te mannava in giro cor telecomando! Sei più brutto dell’Aurelia imboccata contromano!
Abbello! Te do ‘n cazzotto che te formatto er volto, e te manno affanculo co’ l’elastico, così quando torni te ce arimanno ‘nartra volta! Te sdrumo, te manno a casa come Beautiful: a puntate!
E’ venuto fòri mejo Pinocchio cò ‘na sega, che te cò ‘na scopata!
E si te rode er culo, puliscitelo co’ ‘na foja d’ortica."
Così disse SeVeraMente quando erano le 20:22 | Permalink | commenti (40) (pop-up)
categoria: scazzi quotidiani, storie parallele, vernacolari

venerdì, 28 marzo 2008

Uomini e donne: come dire NORD e SUD. O meglio dire SORD e NUD'?

Appurato che il precedente post sulle categorie maschili ha avuto abbastanza successo, vi propongo il seguito, e basandomi sulle vostre segnalazioni, ne darò la mia interpretazione.

C’è il sopravvissuto all’ olocausto: è colui che sfoggia una serie di sfighe da far rabbrividire quelli di Beautiful. A partire dal divorzio dei genitori, alla morte del gatto, a quella gita con amici trasformatasi in tragedia perché gli hanno rubato tutto e sono dovuti tornare in autostop lasciando la macchina in Slovenia, al carattere di merda che si ritrova – gli faresti notare tu – e che comunque, povero, è tutto causa dei traumi infantili che GLI hanno procurato. Se la tira una cifra perché ne è uscito, e non si lega perché ha paura di perdere, ancora una volta, quanto di più prezioso ha. Mavvaffanculo.

A me, il sopravvissuto all’olocausto è apparso come artista maledetto, quello che, contro tutto e tutti, aveva lottato e ci aveva rimesso tantissimo, esprimendo il suo disagio attraverso l’arte.
Delle croste schifose coperte di scarabocchi inguardabili, che lui osava definire “meravigliosa espressione della sua anima”. Se sei così bello dentro, scuòiati.

C’è il mago: quello che “ricompare, risparisce, riricompare”. Inizialmente sembra normale, una storia come tante, non speri di rivederlo il giorno dopo. E infatti è così. Dopotutto ti sei divertita, che t’importa – pensi – se non lo vedi più. Anche se era un gran figo. Ma quando meno te l’aspetti, e magari hai iniziato ad inciuciare con un individuo medio, eccolo che ritorna. “Ma come? – dice enfatizzando – Come pensavi che non mi sarei più fatto vivo? Con una fata come te?” e da brava fata, al primo accenno di interesse, PUF: lo fai sparire di nuovo. Perché lui è allergico a certe cose, e tu magari hai osato pronunciare la parola “fidanzato”. Insomma, va così così per un po’ di tempo finchè da fata ti trasformi in strega e gli lanci un voodoo, sperando che, la prossima volta che lui scompare, appaia il suo necrologio sul quotidiano.
A me il mago ha proprio sfranto i coglioni dopo nemmeno due settimane. E’ quello che ti fa saltare i nervi come un tappo di champagne. Prima ti gasa e poi BUM! Ed io sono esplosa molto presto: peccato non averlo ferito con le schegge di vetro.

C’è il caso umano, convinto che tutte debbano cadere ai suoi piedi, e se magari nota il tuo occhietto lucido, dovuto al fatto che hai 39 di febbre, carpe diem: comincerà a dire che si vede, che lo guardi con lo sguardo languido. Che sei cotta di lui, ma devi lasciarlo perdere perché ti farà soffrire.
Scusa che utilizza, poi, per cornificarti più volte, nel caso tu abbia insistito nel volerci stare.
Il caso umano, mi dicono anche, dice di non volersi impegnare e un secondo dopo sta facendo progetti con te, o meglio, per te. Salvo poi diventare un po’ come il mago, ovvero sparisce.
Insomma, fa tutto lui mentre tu assisti attonita, presa dai conati, questo sfoggio di gran paraculaggine.
A me, il caso umano, ha fatto ridere tantissimo. Si crede bellissimo, invece è un carciofo. Si crede figo, ed è uno sfigato. Vuol giocare con te, e alla fine riceve appunto un bel due di picche e un vaffanculo senza nemmeno ritirare i soldi passando dal via.
C’è il figo tristo infedele e romantico, mi dicono. Ma prima di parlarne dovrei prima capire che cosa è, il figo tristo infedele e romantico.
 
C’è poi l’ uomo-Spad: parecchio divertente, che si autocandidò. Ma per scoprire com'è, andate a vederlo coi vostri occhietti. (lo trovate QUI):

E infine, lui, questo magnifico esemplare di indolente beota:
Mister 30 secondi.
Ovvero colui che è convinto di essere un mago del sesso, e di averci una petroliera nei pantaloni, e invece non solo la petroliera ha una grossa falla e perde, ma non è una petroliera bensì una barchetta di carta. In poche parole soffre di eiaculazione precoce e magari ha anche un pistolino piccolo così. Altro che invidia del pene. L’invidia ce la puoi avere se il pene l possiedi, ma se dentro a quella mutanda Volta&Gabbana*, una volta tolto il calzino arrotolato, c’hai solo un’arachide striminzita, allora tiratela di meno. Perlomeno, tiratela solo con quelle racchie che sai già che non le toccherai nemmeno con una canna da pesca. Ma dico, Mister, ti rendi conto che ce l’hai moscio come le foglie dell’Anthurium  quando non lo annaffio?
A me Mister 30 secondi ha fatto sganasciare dalle risate. Ho dovuto comprare un orologio col cronometro per lo sfizio di quantificare, in tempo perso, le sue prestazioni. La Hatu dovrebbe innalzare una sua statua in una piazza in centro a Bologna (chissà perché Bologna, firulì firulà) per i soldi che ha mollato in preservativi. Quando appurai  che la sua massima prestazione si esauriva in 30 secondi netti e 10 decimi, stabilì un nuovo record: fece come il cucciolo che fa pipì già mentre gli vai incontro, perchè si emoziona. E, dulcis in fundo, quando lo lasciai - non perché avesse questo problema, ma perché è un emerito stronzo - osò presentarsi a casa mia dicendo (squilli di tromba):  “Vabbè, se non vuoi più una storia seria con me, almeno BUTTIAMOLA SUL SESSO!
(Vera si accascia colpita da una colica per il troppo ridere, poi tossisce, si strozza con la saliva e vomita, e ride e ride e ride ancora, e fra un conato e l’altro, lo sbatte fuori a calci).

*Un meraviglioso tarocco delle mutande firmate, acquistate al mercato. Tre, 10 €.

Per le citazioni di cui sopra, grazie a (in ordine di apparizione): Delledueluna, Flounder, Trilli, Spad, Simone, Lopoz e, sperando di non aver scordato nessuno, anche tutti gli altri che hanno commentato ma che non ho potuto citare.
Così disse SeVeraMente quando erano le 23:29 | Permalink | commenti (110) (pop-up)
categoria: scazzi quotidiani

sabato, 22 marzo 2008

Pace a tutti

Mettete i fiori nei cannoni.
E poi fumateveli.

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giovedì, 13 marzo 2008

Gli uomini sono come i cioccolatini: non sai mai quello che ti capita.

Chi non risica non rosica.
Ed io, in amore, rosico e basta.
Ne esiste uno normale, sulla faccia di questo miserabile pianeta?
Non ditemi che non avete mai affibbiato una categoria agli uomini che avete conosciuto. Ma anche parlando dell’amico, del cugino, del parente, dell’amico dell’amico.
 
C’è il romantico: quello che ti corteggia strenuamente, ti regala rose e croissant, ti dedica le canzoni, quelle più schifosamente patetiche e sdolcinate, e quando parla, lo fa così: “Sei sì bella, che nessun guardarti può senza sospirare d’amore, sei bella come il ciel di primavera solcato dalle rondini e ricamato dalle nuvole.” Ti si cariano i denti. Ma come cazzo parli? Se ti guarda, lo fa con occhioni lucidi e sognanti. Quando vi fissa così, non azzardatevi a chiedergli: “Che c’è?” o vi sbolognerà una serie di melensaggini da farvi morire di diabete, subito. Senza pietà.
Ebbene, a me, il romantico ha dedicato tutte le canzoni di Gigi D’Alessio, che detesto, e che lui chiama amichevolmente “Ggiggi.” Pure sgrammaticato, cazzo. Mi ha regalato tutte le più puzzone rose vendute dagli indiani per strada e nei locali, tanto che ho dovuto fingere di essere allergica per evitare si dilapidasse un patrimonio.
 
C’è il figo: altrimenti detto l’egocentrico, quello che se la tira, insomma. Quello che crede che tutte le donne debbano cadere ai suoi piedi e che lui faccia loro un favore se ci si mette assieme. Se non sono belle, simpatiche, perfette, non le caga. Che figura farebbe, altrimenti, portandosele in giro? Se sta con te, sei fortunata, perché hai trovato uno come lui. Se lui ti presenta agli amici, ti fa un grosso regalo, perché ti ha reputata degna di apparire al suo fianco. Se ti presenta ai genitori è per dimostrare che lui, trentacinque anni e ancora in casa a grattarsi i coglioni, non è un bamboccione inetto: ha anche una donna, ma guarda un po’.
Il figo, è quello che mi ha nauseata di più. Sembrava si sacrificasse per fare un bene all’umanità, perché stava con me. Per poi dire dopo mesi: “Guarda cara, per me sei una buona amica, ma non riesco ad amarti, siamo troppo diversi.” E c’hai ragione: tu sei un tronfio, inutile, inetto gagà leccaculo. Io, grazie a Dio, no.  Vade retro Satana.
 
C’è il depresso: quello che inizialmente non fa altro che dire quanto è fortunato ad averti incontrata, quanto lieto sia stato il destino ad unire la sua vita alla tua, ma ben presto inizierà a dire che tu sei troppo bella, per lui. Che non ti merita, che forse la vita è stata troppo generosa con lui, e che non può essere, ci deve essere qualcosa sotto. E allora non può concedersi questo tormentato amore, perché ne soffrirebbe e ti farebbe soffrire. E lui non vuole farti soffrire.
Ed io direi: ma vaffanculo. A me è riuscito a tirare fuori tutta la negatività che non sapevo di avere. Insomma finisci per assomigliargli. E qualsiasi cosa belle accada, ti chiedi: perché a me? L’avrò meritato? Dammi una lametta che mi taglio le vene, la la la la. Zumpappà. Ma certo presto finirà.
Si, finirà con lui. Perché o si suicida lui, o vi suicidate voi. Meglio la prima, direi.
 
C’è l’infedele. La peggior specie, quello che vorresti flagellarlo col cilicio in pubblica piazza, e lasciarlo a dissanguarsi come faceva Valad Ţepeş, detto “l’impalatore”. Perché questo si meriterebbe, ogni volta che ne corteggia tre contemporaneamente. E alla fine ne sceglie non una, o magari due. No. Tutte e tre. E riesce ad intortarle in egual misura e riesce a far credere ad ognuna di essere la prima dei suoi pensieri. E poi si inventa la riunione di lavoro, la cena in famiglia, il gatto sulla pentola a pressione, gli alieni che gli hanno bruciato la casa. Ogni scusa è buona per correre dall’altra.
A me l’infedele mi ha logorata. Non tanto per questo fuggi fuggi, per le bugie, ma per l’umiliazione di scoprire un tradimento, poi. Dopo che per mesi gli hai dato tutte le giustificazioni possibili, mentre tu ti mortificavi dicendoti che eri una stronza a dubitare di lui, che ti amava tanto e invece tu riuscivi solo ad essere gelosa. Poverino.
Poverino un cazzo, me lo trovassi adesso d’avanti, lo tirerei sotto con la macchina e infierirei sui suoi resti con il cric. Roba che per tirarlo via dall’asfalto, bisognerebbe usare la carta vetrata. Di quella fine.
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martedì, 11 marzo 2008

I pomodori guardano al futuro: odiano il passato.

Chi l’ha detto che bisogna essere vegetariani?
La moda, lo dice. Lo impone.
Bisogna essere bio, vegan, trendy, cazzi e mazzi.
Altrimenti poi accumuli ciccia, e ti tocca comprare la pedana vibrante di Mediashopping.
La pedana vibrante.
Ma è un nuovo modo di fare autoerotismo, oppure una gran presa per il culo?
Opterei per la seconda.
Ormai anche gli animali vengono nutriti col bio.
E appena un ospite, a cena, vedendo la povera bestiola sbavante sotto il tavolo, gli allunga di nascosto una fettina di pancetta, quello muore di colesterolo alto fra atroci sofferenze.
Ai miei tempi” agli animali di casa si dava la pasta scotta con la carne trita, qualche crocchetta, gli avanti di pranzo e cena. E magari erano più in salute e longevi di noi.
 “E’ nutrizionalmente sbagliato!” avranno strillato i cultori del bio e delle nuove scienze nutrizionistiche per gli animali domestici. Si, si. Lo so.
E oltretutto non è trendy, vuoi mettere le crocchette bio con gli scarti di carne presi dal macellaio?
Neanche a parlarne.
A me sinceramente non frega molto. Io animali non ne ho, e appena posso scappo a fare un salto da Mc Donald’s, o al Burghy, oppure ovunque mi diano la possibilità di abbuffarmi di cibi untuosi e meravigliosamente saturi di grassi, ma perlomeno non perdo il buonumore, la gola ci guadagna e gli amici non possono dirmi che sono una iena perché una dieta di lattughino e rape lesse mi crea scompensi mentali.
Non è piacevole sentirsi dire: “Ma che hai? Ti sei svegliata male? Secondo me non trombi abbastanza.”
Perché in effetti quello succede, alla fine.
Quindi, care acciughine sifilitiche tendenti all’anoressia, che credete che un culo basso e moscio attiri di più i maschietti che una quarta di reggiseno.
Sappiate che la fine che farete è questa: quando, fissate con la dieta, diverrete così scialbe e tutt’ossa da non meritarvi più gli sguardi libidinosi dei coetanei di sesso maschile con almeno qualcosa in più che due dita di cervello, roba che non avranno voglia di toccarvi nemmeno con una canna da pesca telescopica, passate pure da me, che vi accompagno al Mc Donald’s.
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categoria: scazzi quotidiani, una occhiata in giro, storie parallele

sabato, 01 marzo 2008

La qultura è tuto nela vitta

Chissà perché non ti piaccio.
Sei alto, bello, finto come il modello della pubblicità di quel profumo di Kelvin Klein.
Insomma, sei un gran figo.
Ti ho visto alla festa di Nina (no, non quella della zuppa That’s Amore) e ti ho guardato negli occhi.
Anche tu mi hai guardata. Ma non negli occhi.
Cioè, forse per com’ero vestita. No, non era una cintura, era la minigonna.
E mentre parlavo con le mie amiche di quel vestito bellissimo che c’era la pubblicità su “Girl”, che forse me lo regala mamma per il compleanno, tu ti sei avvicinato e mi hai chiesto se per caso andavo al liceo Pascoli che forse mi avevi vista da qualche parte.
No, non vado al Pascoli, forse che ti sei sbagliato. Però vado all’istituto d’arte.
Non ti sei accorto che sono un’artista? Sono sciccosissima con la gonna viola, la maglia gialla e gli stivali azzurri. E poi c’ho le mèches rosse che fanno moda e il piercing all’ombelico col pendente a forma di Doraemon. Non è troppo figo?
Ma chissà perché non ti piaccio proprio.
C’ho pure il motorino truccato, e poi cazzo sono educata e dolce.
E anche se a 16 anni porto lo zaino con le toppe dei Tokio Hotel è perché loro, cioè, sono troppo un mito.
Però non so, se magari parlavo meglio, forse che ti piacessi.



*Update: non vorrei alterare il tono squisitamente sarcastico di questo post, ma mi sento in dovere di avvertire i gentili lettori che ovviamente non si parla di me.
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lunedì, 25 febbraio 2008

Elettricista, il male che mi fai ti tornerà indietro 200 volts

Ho fatto il botto con la macchina. Lui, elettricista.
Io che, diversamente da quanto si possa credere, in quanto creatura appartenente al gentilsesso, (più sesso che gentil) sono una guidatrice provetta. E malgrado io abbia ragione, devo soggiacere alle regole del codice della strada e prendere il torto.
Per colpa dell’assicuratore della controparte, qualche giorno fa sfiorato la crisi isterica.
Ma perché mai dovrei, -pensavo- che si strafotta lui e tutta la sua categoria di avvoltoi del cazzo.
Crepa! Come disse Charles Richter osservando una trave durante un terremoto di alta magnitudo. I soldi che dovrò sborsare io di assicurazione, tu li spenderai tutti in antidiarroico.
Adesso vacanza. Qui, in riva al lago, accendo una sigaretta e mi guardo attorno da dietro lo schermo oscurato dei miei occhiali da sole a mascherina. Adoro il fatto che la gente non riesca  a guardarmi negli occhi, se io non voglio, mentre io posso.
Aspiro. Poi lascio che il fumo esca piano dalla mia bocca. Un filo, etereo, danzante.
E i miei pensieri si perdono su questa distesa di azzurro in molteplici gradazioni (dal cobalto del mare, al carta da zucchero dei monti, ad un cielo sfumato di celeste e blu) interrotta dal volo bianco degli uccelli e la spuma delle onde. E mamme e bambini, e giovani e anziani vestiti di verde, giallo, rosso, marrone, oro e argento, viola e arancio.
Quadretto, questo, gustosamente arricchito dai grigi, i rosa e gli arancio delle piastrelle sul lungolago. Il tutto deliziosamente snaturato da un pirla in elicottero giallo canarino e verde bottiglia, che vola basso e passa e ripassa, mentre io divento nera.
Action man, hai rotto il cazzo.
O ti levi dalle palle o scaricherò su di te tutta la mia energia negativa, ma così forte che ti si corroderanno le barre per l’atterraggio, istantaneamente, affinché tu possa schiantarti al suolo come un uovo marcio.
E sciàc.
Andato.
Una coppietta si scambia baci umidi a pochi metri da me. Li invidio tantissimo.
Mica facile restare single, di questi tempi.
Intanto, gli individui di sesso opposto slinguazzantisi si moltiplicano.
Strozzatevici, con quella lingua.
Lascio che la mia sigaretta si consumi per qualche secondo, mentre una coppia si alza e scivola via sulla scia di saliva che ha lasciato, come le lumache.
Quasi quasi prendo lo specchietto da borsa e glielo lancio di taglio, come uno shuriken, facendo attenzione a centrare un qualche centro vitale.
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venerdì, 15 febbraio 2008

Resteremo uniti, nel male e nel benetton

Tu. Si, tu. Dico proprio a te.
Cos’hai da guardare così?
Tu, che ti sei fatta desiderare, e finalmente eccoti.
Tu che adesso non mi sorridi più, e mi guardi diffidente.
Tu, che hai tanto insistito e adesso vuoi farmi cambiare idea.
Ma io sono ferma sulla mia scelta.
Tu che adesso incroci le braccia e dissenti, storcendo la bocca.
Tu, commessa della Benetton, che di reggiseno non porti né la seconda, né la prima, ma piuttosto una retro.
E’ tutta invidia, la tua, se la camicetta che vorrei acquistare non mi si chiude sulle tette.
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giovedì, 14 febbraio 2008

Home decor? Non ne ho ikea.

Le riviste di arredamento, questi meravigliosi ludici container di cazzate.
Ma parliamone.
Direi innanzitutto che possiamo dividerle in 3 categorie:
- Quelle per sofisticati figli di papà o eclettici fashion-victims traboccanti di quattrini.
- Quelle miste, ma pur sempre abbordabili da noi comuni mortali.
- Quelle completamente, indiscutibilmente, magnificamente inutili.
 
Le prime espongono, nelle loro evanescenti vetrine cartacee, merce di inestimabile valore e, spesso, anche di dubbio gusto. Di quegli articoli con “prezzo a richiesta” e nomi impegnativi come boiserie, dormeuse, chaise longue, che non ci si capisce un cazzo.
Ma non potevano scrivere semplicemente pannelli in legno, sdraio, sedia lunga, eccetera? Troverete recensioni su piastrelle, leopardate, in schiuma isolante come quelle dello shuttle; case sontuose arredate con vecchi mobili da mercatino dell’usato; poufs in vera pelle di culo di marmotta; impianti con caldaie all’ununquadio e berkelio, pannelli che sfruttano la luce riflessa da Venere e altre diavolerie idonee allo sfruttamento delle energie rinnovabili e lo svuotamento del portafogli, l’ecologia a tutti i costi che se li strafotta. Insomma, cose che io, che conduco una vita da sottopagata a progetto, non potrei permettermi.
MAI, nemmeno se mi adottasse Bill Gates.
 
Le seconde sono quelle per gli amanti dell’ home decor fai-da-te e del bricolage, ma anche per quelli che desiderano arricchire la loro dimora con complementi d’arredo all’ultimo grido, poi che importa se il pouf è di vera finta pelle di scroto di babbuino e che la boiserie in soggiorno è in realtà composta dalle doghe ortopediche del divano letto ormai da buttare. Infatti non a caso, in allegato alla favolosa rivista d’arredamento, troverete spesso uno dei tanti periodici dal titolo “Restaurare”, indispensabile dopo che, seguendo i consigli di casalinghe annoiate spacciatesi per giornaliste esperte nel settore (in realtà stanno alla decorazione quanto un chilo di marshmallows sta a un diabetico) , avete ridotto casa vostra ad un qualcosa di assimilabile più ad una fatiscente baracca da campo nomadi arredata con pezzi kitsch di recupero, un museo del trash, piuttosto che una domus  di tutto rispetto quale volevate che fosse.
 
Le terze… Ah, le terze! Sono quelle che non riportano prezzi, siti dei venditori, descrizioni dei prodotti. Hanno scopo puramente celebrativo degli architetti che le hanno progettate, arredate e di cui , 9 volte su 10, sono i proprietari. Esticazzi. Anche io, se avessi una laurea in architettura e un discreto saldo in banca milionario, al sicuro su conto estero, coprirei le pareti di quadri o-ri-gi-na-li di Van Gogh, Cézanne, Renoir , alternandoli a termosifoni artistici di ultima generazione (non ci sarebbe molta differenza di prezzo, devo dire), camminerei su caldi pannelli di teak dorato e rivestirei la stanza da bagno con piastrelle iridescenti ad effetto metallico e rilievi raffiguranti un bosco di bambù a partire da 250 € al mq e utilizzerei box doccia extralarge in muratura e costosissimi asciugamani in soffice, puro cotone.
 
Ma siccome sono una poveraccia che si  fa il culo ogni giorno per tirare fine mese, mi tocca accontentarmi delle stampe dell’Ikea, di una sbrindellata stufa elettrica, camminando su un gelido pavimento in ceramica-da-quattro-soldi, con le piastrelle del cesso color vomito di cane e facendo a cazzotti con il box doccia ogni volta, al punto che un giorno o l’altro impatterò così violentemente contro una delle infide ante, che al pronto soccorso non sapranno più come ricucirmi. Farebbero prima a lasciarmi coperta di schegge di vetro e far finta che sia un tipo di scarificazione ornamentale.
Dulcis in fundo, i miei asciugamani, in volgarissima ed economica spugna, sono così ruvidi che ogni volta che mi ci asciugo dopo il bidet, mi brucia il culo per due giorni.
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mercoledì, 13 febbraio 2008

Veronica è Vera

Vera oggi apre uno spazio suo. Degli altri. Di chi lo vuole.
Vera è chi le va di essere, oggi così, domani cosà.
Vera è in guerra col mondo.
Vera sa che la gente non pensa, prima di agire.
Vera è vera o Vera è falsa?
Sicuro è che Veronica è Vera.
...
Vera sa solo che se scopre chi è stato a rigarle la macchina, gli fa un culo così.
Ma veramente.

Così disse SeVeraMente quando erano le 14:07 | Permalink | commenti (2) (pop-up)
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