- Vendi casa, e torna al tuo paese d’origine. Vendi, senza intermediari, fidati di me. Vendi e non voltarti indietro.
Siccome non mi fidai, e chiamai Tecnocasa, Egli mi mandò 7 piaghe divine.
Riuscii a sopravvivere, e rivolsi una preghiera all’Altissimo Dio degli astemi:
- Oh San Bittèr, non ho già vagato abbastanza? Mi ritrovo nel deserto di un paese di provincia, a cercar casa, con il conto in banca prosciugato, ormai arida di iniziative! Aiutami!
E per miracolo, mi trovai con l’acqua alla gola.
Mi accorsi che San Bitter mi aveva preso troppo alla lettera.
Adesso la morsa delle scadenze si stringeva attorno a me. Era una prova di fede?
San Bittèr mi avrebbe salvata, se avessi creduto in lui.
Così apparve, manifestandosi sotto forma di rappresentante della Singer, e suonando al campanello mi disse:
- Alzati e cammina! Sono le 11, vuoi restare a letto tutto il giorno? C’è da riempire gli scatoloni.
E, già che c’era, tentò di vendermi una macchina da cucire.
Ma poiché mi rivolsi ad una ditta di traslochi, mi mandò altre 7 piaghe divine.
Prima: l’Architetto.
Ed egli mi condannò a vagare per case con stanze dai termosifoni piantati in
mezzo alle pareti, e mansarde nelle quali gli inquilini, Eolo, Brontolo e Pisolo,
picchiavano la testa al soffitto. Case con saloni da 80mq, e stanze gradi quanto
un box doccia; appartamenti che entrarci in tre ti riduci come una partita a Twister.
Bagni in cui non esiste il bidet, e anziché dire che hanno fatto una cazzata, tirano
fuori che l’Architetto ha origini inglesi. Un architetto così bravo che meriterebbe tanti
fan. Tanti fan-cùl. A lui, e a tutta la sua famigghia.
Seconda piaga: il corriere espresso.
Il Re Mogio che porta in dono cristalleria sbeccata, apparecchi elettronici
frantumati, presenti smolecolati, per vendicarsi del suo eterno vagare.
Colui che erra senza sosta, e il suo arrivo provoca terrore e sgomento quando,
portatore di disgrazie, ti comunica che “non la trovo, può spiegarmi dov’è la via?
Sono... (dall’altra parte della città)” e dopo un’ora passata a descrivere con minuzia
il tragitto, e attenderlo all’addiaccio, sbadigliando esordisce con un “vabbè, fa niente.
Accendo il navigatore”.
Terza piaga: la carica dei 101 agenti immobiliari.
Inconfondibili, nella loro livrea raffinata, sono tanto eleganti quanto feroci. E ci
condannarono ad un estenuante peregrinare, ed un incessante squillare di
cellulari, volti a sfinire la vittima per poi, in un colpo solo, sottrarle la capacità di
intendere e volere, e proporle le peggio schifezze come fossero l’affare migliore
che si possa fare in vita. Spesso si aggira assieme all’Architetto, in simbiosi, come
il leone e la iena, solo che non si capisce bene chi è il leone, ma un cappottino con
la loro pelle ce lo farei volentieri.
Quarta piaga: l’aracnofobia.
E nella mia vecchia dimora, in ogni angolo e in ogni scatola, San Bittèr compì il
miracolo della moltiplicazione degli aracnidi: bianchi e neri, e grossi e piccoli
me li mandò, saltatori e con tre occhi. E piansi disperata e tremai e vomitai a getto,
tanto che nemmeno Padre Karras ebbe il coraggio di incontrarmi. Chiesi pietà e
dalla mia fobia non mi guarì, ma per miracolo mi mandò una mail con lo spider
catcher della D-mail in offerta.
Quinta piaga: l’ufficio postale.
Dal momento che la mia discendenza fu maledetta, l’anatema della coda all’ufficio
postale divenne una delle piaghe più dolorose. Ore ed ore in fila in ginocchio sulle
matite dell’Ikea, sventolando i bollettini da pagare e chiedendo perdono per non aver
pagato il bollo, e che sia santificata la postepay, così in posta come sul web; e non
ci indurre al pagamento delle opere di urbanizzazione, ma liberaci dall’ ICI, e così sia.
Sesta piaga: il condono edilizio.
E l’Arcangelometra mi condusse fra i gironi infernali degli impiegati del Catasto e
della Regione, fra il fuoco rosso come il mio conto in banca, e antri bui come le
prospettive di una pratica sbrigata in fretta, mentre i dèmoni ci maledicevano, e ci
spingevano verso il baratro del vincolo idrogeologico e di quello aeroportuale.
E senza scampo mi aggirai per uffici finché il tempo fu compiuto. E venne
l’ apocalisse dell’ultimo versamento, quello più deleterio. E con esso, la fine dei
miei risparmi.
Settima piaga: la ditta dei traslochi.
Venne il tempo dell’inscatolamento, e San Bittèr mi mandò il rappresentante
della ditta dei traslochi, con tanto di mini notebook e brochure esplicativa, e di
scatoloni ci sotterrò, di ogni grandezza e foggia. Ma senza le istruzioni. E si
frantumarono i bicchieri infilati nelle scatole per i libri, e si sfondarono le scatole
per la cristalleria, riempite di volumi. E mentre intonavamo canti di lode al Signore,
al telefono con il customer care Ikea, scoprimmo che trasporto e montaggio dei
mobili nuovi ci sarebbe costato quanto il trasloco.
E fui costretta a firmare assegni e fare code agli uffici pubblici per quaranta giorni e quaranta notti, e lo Spirito (di) Santo scese su di me, e dal momento che Santo è l’agente immobiliare, e non è molto scherzoso, mi accorsi che eravamo messi molto, molto male.
E fu sera e fu mattina, e il lavandino nella casa nuova ancora non ce lo hanno messo.
Amen.